Cosa sono le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI o IBD), quali le cause e quale può es
- Sara Cartolano
- 16 dic 2017
- Tempo di lettura: 11 min
Differenze tra rettocolite ulcerosa, morbo di Chron e sindrome del colon irritabile:
Le MICI o malattie infiammatorie croniche intestinali così come dice il termine colpiscono l’intestino e sono distinte in rettocolite ulcerosa (RCU) o colite ulcerosa e il morbo di Chron (CD). Rappresentano un disturbo cronico immunitario dall’eziologia purtroppo ancora poco chiara. Potreste trovarle definite dalla comunità scientifica anche con l’acronimo IBD (Inflammatory Bowel Disease). Vediamo insieme quali sono le differenze tra le due. La rettocolite ulcerosa è limitata all’intestino crasso (colon e retto) mentre il morbo di Chron può interessare l’intero apparato digerente dalla bocca all’ano. Mentre la RCU colpisce il tratto di intestino interessato in maniera continua, il CD invece può interessare l’intestino ad aree; possono esserci zone di infiammazione tra tratti di intestino sano. Spesso nella RCU l’infiammazione si avverte nella parte bassa sinistra dell’addome mentre nella CD in quella inferiore destra dell’addome. La colite ulcerosa colpisce gli strati superficiali della mucosa intestinale e talvolta i processi infiammatori possono provocare delle vere e proprie ulcerazioni che provocano sanguinamento e versamento del muco nel lume dell’intestino. Il morbo di Chron invece interessa tutti gli strati della parete dell’apparato digerente e può presentare anche fistole, ascessi e stenosi.

Il sanguinamento è più presente nella colite ulcerosa, mentre nel Chron sono presenti alterazioni dell’alvo con stitichezza o diarrea con dolore di pancia. Questi ultimi sintomi sono presenti anche nella sindrome del colon irritabile o IBS (Irritable Bowel Syndrome). Il color irritabile è però un disordine gastrointestinale comune, legato a problemi di motilità intestinale (stitichezza e/o diarrea) ma anche all’emotività (legato a stress, ansia, depressione). I sintomi variano da persona a persona ma includono la presenza di gonfiore e gas intestinali, dolore addominale, nausea, bruciore di stomaco e presenza di muco.
Quali sono le cause delle MICI o IBD:
Lo sviluppo delle IBD è influenzato da interazioni complesse ambientali, alterazioni del microbioma (per sapere cosa è il microbioma e quanto è importante tenerlo in salute leggete questo articolo), varie predisposizioni genetiche e variazioni del sistema immunitario, mentre gli effetti dei fattori alimentari sia nell’eziopatogenesi che nel decorso della malattia, sembrano essere sottostimati.

I fattori ambientali restano tuttora oggetto di ricerca ma è dato di fatto che le IBD sono prevalenti negli stati più industrializzati come Europa Occidentale, Stati Uniti, Sud America e Sud Africa. Tra l’elenco dei possibili inputati ci sono: l’inquinamento ambientale, farmaci con enfasi sugli antibiotici, stress psicologico, infezioni e stile di vita. Il fumo di sigaretta rischia di aumentare il rischio di sviluppare il morbo di Chron, mentre è meno comune nelle persone a rischio di rettocolite. Le MICI sono associate ad alterazioni nella composizione del microbiota intestinale, caratterizzato da ridotta diversità e maggior presenza di alcune specie pro-infiammatorie (Escherichia, Fusobacterium) e riduzione delle specie antinfiammatorie. Sembrerebbe che i pazienti con MICI in fase attiva hanno una composizione microbica diversa rispetto ai pazienti in remissione. Uno studio spagnolo condotto con 18 pazienti con RCU seguiti nel corso di un anno, ha trovato che aumentava costantemente Faecalibacterium prausnitzii, mentre in coloro che recidivano, restava basso. Ecco perché sono state valutate terapie con prebiotici e probiotici come un interessante approccio terapeutico con pochi effetti collaterali. I prebiotici in quanto carboidrati non digeribili promuovono la crescita di batteri benefici, aumentano la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA) e modulano produzione di citochine infiammatorie. Mentre i probiotici contengono batteri viventi capaci di modulare la permeabilità della mucosa, rafforzare il mantenimento del sistema immunitario, tenere lontani gli agenti patogeni dalla superficie della mucosa intestinale. Bisogna dire però che la somministrazione pre-/ probiotica, così come integratori antiossidanti e altri medicinali possono non rivelarsi utili usati da soli perché difficilmente potrebbero contrastare una dieta malsana. E’ importante sottolineare come nel complesso lo stile di vita e l’approccio nutrizionale, modulano il microbioma. L’interazione gene-ambiente è stato visto giocare un ruolo chiave nella patogenesi delle MICI ed ecco perché l’epigentica rappresenta una nuova frontiera nello studio di queste malattie. Una metanalisi ha stimato che dei loci genici associati alla rettocolite soltanto il 16% è ereditabile ed ecco che è necessario approfondire la relazione che intercorre tra genetica, immunità e dieta. E’ noto infatti che la dieta può influenzare i cambiamenti epigenetici associati alla malattia, tanto da modificare i modelli di espressione dei geni perturbando lo stato immunitario. Recenti ricerche hanno studiato gli effetti nella modulazione dell’espressione genica di metaboliti delle piante come i polifenoli, ad esempio l’epigallocatechina-3-gallato del tè verde e la genisteina della soia. Sono stati mostrati effetti epigenetici anche per altri componenti dietetici come la curcumina. Ecco quindi che quella che viene chiamata “immunonutrizione” risulta un’alternativa meno invasiva di supporto alla terapia tradizionale.

Diversi micronutrienti sono di particolare importanza per l’immunonutrizione tra cui vitamine come A, C, D e E, acido folico, beta carotene e oligominerali come zinco, selenio, manganese e ferro. Carenze di zinco e vitamina A e D possono ridurre la funzione svolta delle cellule Natural Killer, linfociti specializzati del sistema immunitario; mentre zinco e vitamina C influenzano la loro attività. Mentre la vitamina D è stato dimostrato svolgere un ruolo nella difesa intestinale, sopprimendo l’invasione microbica dell’epitelio. Nell’82% dei pazienti con IBD (con maggiore incidenza nel morbo di Chron) è stato identificato un deficit di vitamina D, superiore rispetto alla carenza media nazionale. Sono stati identificati come eventuali fattori genetici, la presenza di polimorfismi del recettore della vitamina D in alcuni pazienti IBD. Se da una parte gli studiosi trovano che una carenza di micronutrienti possa in teoria influenzare il sistema immunitario tanto da predisporre all’esordio e sviluppo delle IBD, sono necessarie ulteriori ricerche per capire i livelli ottimali di micronutrienti e il loro specifico effetto terapeutico.

Ruolo dell’alimentazione nella genesi, prevenzione e trattamento delle IBD: Esiste il sospetto che la dieta occidentale possa essere coinvolta nella patogenesi delle malattie infiammatorie intestinali (IBD) dato la maggior presenza di queste patologie nei paesi maggiormente industrializzati. La dieta occidentale è nota per essere ricca di alimenti trasformati, povera di frutta e verdura e più alta in grassi come gli acidi grassi polinsaturi (PUFA) della serie omega 6 rispetto a quelli della serie omega 3 che invece proteggono dall’infiammazione. Purtroppo l’occidentalizzazione è però diventato un fenomeno globale tanto da spiegare una maggiore incidenza delle MICI anche in paesi in cui era rara.
Eppure nonostante anni di ricerca, il ruolo della dieta intesa come prevenzione e controllo non è stato ben capito. Ai pazienti viene spesso detto: “Mangia quello che riesci a tollerare”. Le raccomandazioni dietetiche includono quindi la consulenza del paziente per l’autocontrollo ed evitare cibi che potrebbero peggiorare i sintomi, mangiare pasti più piccoli ad intervalli più frequenti, bere liquidi adeguati, evitando caffeina e alcol, con integrazione di vitamine/minerali, eliminando il latte in caso di intolleranza al lattosio, riducendo l’eccesso di carboidrati e soprattutto i cibi ricchi di fibre in fase attiva. Una delle ragioni per cui non esistono univoche raccomandazioni dietetiche è che gli studi clinici sulla dieta nelle IBD sono in gran parte carenti. Nel tentativo di colmare questa lacuna, negli ultimi anni sono stati compiuti ulteriori sforzi per valutare alcune specifiche diete per la gestione delle IBD; vediamo insieme quali.

Specific Carbohydrate Diet (SCD)
La SCD fu sviluppata inizialmente dal gastroenterologo Sidney Haas ma fu resa popolare per il trattamento delle IBD da parte della biochimica Elaine Gottschall attraverso il libro “Breaking the Vicious Cycle: intestinal health through diet” dopo che sua figlia usando questa dieta, guarì dalla colite ulcerosa. La dieta si basa sull’ipotesi che i pazienti con IBD e altre malattie intestinali presentano una disfunzione delle disaccaridasi (enzimi necessari per digerire disaccaridi e amilopectina) che possono passare indigeriti nel colon, portando a proliferazione batterica, lesioni intestinali, aumentata permeabilità intestinale e produzione di muco. La SCD consente il consumo di monosaccaridi (frutta e miele) ed esclude disaccaridi (anche il lattosio) e la maggior parte dei polisaccaridi; quindi include verdure con alto rapporto tra amilosio e amilopectina, frutta, noci, proteine e grassi solidi.
Paleo dieta o dieta paleolitica
La dieta Paleo è stata introdotta dal gastroenterologo Dottor Walter L. Voegtlin, che pubblicò il libro intitolato: “Stone Age Diet”. L’ipotesi che sottende a questa dieta è che il tratto digestivo umano è scarsamente evoluto per l’attuale dieta moderna, frutto dello sviluppo dell’agricoltura intensiva. La dieta paleolitica non è così prescrittiva come la SCD riguardo a certi tipi di cibo ma si concentra piuttosto sulla fonte degli alimenti. Ad esempio si raccomanda che si mantenga un rapporto 2:1 tra i sottotipi di acidi grassi polinsaturi (PUFA) n-6 e n-3, in contrasto con le stime fatte della nostra dieta moderna in cui il rapporto sembra essere superiore a 11:1. Ecco che per raggiungere il rapporto si sconsiglia il consumo di carne da allevamento intensivo, alimentata con mangimi a base di cereali ma predilige piuttosto quella di animali allo stato brado. La dieta Paleo sostiene una dieta molto ricca di fibre da fonti vegetali non a base di cereali.

Dieta Low FODMAP o a basso contenuto di Oligosaccaridi, Disaccaridi e Monosaccaridi Fermentabili e Polioli
La teoria sottostante la dieta FODMAP si sovrappone in parte alla SCD; i carboidrati assorbiti male determinano una iperproliferazione batterica. La dieta FODMAP è stata studiata soprattutto per la sindrome del colon irritabile. Tuttavia, la diete FODMAP e SCD sono diametralmente opposte per quanto riguarda alcuni tipi di zuccheri come quelli contenuti nel miele, frutta e verdura. Restano simili per le restrizioni su frumento e altri cereali in chicco e per l’assenza di restrizioni sulla carne e pesce. La dieta FODMAP è però altamente restrittiva su alcuni tipi di frutta e verdura, mentre la SCD non pone limitazioni su frutta e verdura ad eccezione di patate, patate dolci, pastinaca, mais e tutte le verdure in lattina o vasetti. Se la dieta FODMAP è rivolta principalmente a chi soffre di colon irritabile allora perché potrebbe essere utile anche nelle IBD? I ricercatori hanno ipotizzato che la fermentazione intestinale e il passaggio di sostanza attraverso la sua barriera, possa aumentare la permeabilità intestinale. Quest’ultima, in persone geneticamente suscettibili, può risultare un fattore predisponente alle IBD. In uno studio di qualche anno fa, l’efficacia della dieta nei pazienti con IBD era associata anche all’aderenza alla dieta. Sono però necessari ulteriori studi a lungo termine per determinare la guarigione della mucosa e i cambiamenti nella microflora intestinale dei pazienti IBD trattati con questa dieta.
La dieta anti-infiammatoria
Olendzki e i suoi colleghi hanno pubblicato i risultati ottenuti in alcuni casi di IBD utilizzando una nuova dieta da loro definita dieta antinfiammatoria, formulata sulla base della SCD. Il loro intervento venne effettuato su pazienti IBD con malassorbimento e che riportavano una sintomatologia simile a quella del colon irritabile. La dieta si basa sulla teoria che la disbiosi è causata da alcuni carboidrati che fungono da substrato per batteri patogeni all’interno del lume intestinale. Ecco perché questa dieta limita alcuni carboidrati come zucchero raffinato, cereali a base di glutine e amidi particolari (limitazioni peraltro più o meno già presenti nei precedenti approcci). La dieta si basa su 5 elementi basilari:
Cambiare specifici carboidrati (ad es. carboidrati complessi raffinati e processati e lattosio)
Enfasi sul ripristino dell’equilibrio della flora intestinale attraverso l’utilizzo di prebiotici e probiotici nella forma di fibra solubile come quelli del porro, della cipolla e degli alimenti fermentati
Concentrarsi sulla riduzione dei grassi totali e saturi, eliminando olii idrogenati e incoraggiando l’aumento di fonti alimentari ricche di acidi grassi omega 3
Cambiare l’alimentazione in generale, identificando intolleranze alimentari e nutrienti persi
Modificare la consistenza degli alimenti per migliorare l’assorbimento e ridurre il quantitativo di fibra intatta.
Inizialmente venivano consigliati cibi morbidi, ben cotti e senza semi in base alla gravità dei sintomi del paziente. Quando i sintomi miglioravano, ai pazienti furono dati cibi più integrali. I pazienti che hanno seguito il programma segnalano una riduzione dei sintomi al 100%. Tuttavia, a causa del ridotto numero di pazienti, per i ricercatori non è possibile confermare i meccanismi di azione ipotizzati sul microbioma intestinale.

Dieta vegetariana (flessibile)
Questa dieta è stato proposta dal dottor Chiba e collaboratori che descrivono una dieta semivegetariana per pazienti con morbo di Chron. La dieta include riso integrale, zuppa di miso, sottaceti e altre verdure, frutta, tè verde, uova, yogurt e patate mentre latte, carne e pesce sono limitati ma non esclusi del tutto. Cibi altamente sconsigliati sono dolci, cibi da fast food, bevande gassate e cola, succhi, alcol, margarina, burro, formaggi e pane.
Queste sono alcuni possibili approcci dietetici per il trattamento delle MICI. Come è facilmente comprensibile i dati sulla dieta nelle MICI sono spesso contraddittori e necessitano di prove cliniche di buona qualità. Molti studi fanno riferimento a modelli murini ovvero sono stati sperimentati sui topi che se da un lato ci aiutano a comprendete meglio la relazione tra dieta e malattia, dall’altro non possono riprodurre l’insieme completo delle risposte all’infiammazione che avviene negli umani. La dieta SCD ad esempio, una delle più popolari, è molto limitativa sui carboidrati ma forse pone poca attenzione alla scelta di grassi e proteine, come invece avviene nella Paleo dieta. Dati preliminari sulla dieta SCD però mostrano una riduzione dell’infiammazione e una maggiore biodiversità del microbioma. Allo stesso modo, la dieta FODMAP si concentra sull’esclusione di alcuni carboidrati e può essere appropriata per pazienti IBD in cui la malattia non è in forma attiva per ridurre i sintomi simil colon irritabile. Eppure il rischio è una riduzione della biodiversità del microbioma e deve quindi prevedere una reintroduzione graduale di alimenti esclusi.

Vi presento ora i dati dell’ultimissimo lavoro (Dicembre 2017) condott0 dall’Università di Chicago sulle IBD ove hanno sviluppato e testato una dieta “anti-IBD” che limita i disaccaridi; grano e altri cereali eccetto il riso bianco; PUFA e grassi più saturi; carne trasformata e grandi quantità di carne rossa ed è priva di additivi e conservanti. Il gruppo di Chicago pone attenzione anche a ridurre ed evitare i cibi ricchi di inibitori delle proteasi (cibi crudi, noci e semi, radici crude, ecc…), a cucinare gli alimenti (con tutti i metodi di cottura eccetto alte temperature per brevissimo tempo come ad esempio avviene nella carbonizzazione) perché la cottura riduce il contenuto di inibitori delle proteasi. Gli inibitori delle proteasi si trovano naturalmente nelle piante come meccanismo di sopravvivenza/difesa, ma nel tratto gastro-intestinale se è presente un eccesso di inibitori, verranno neutralizzate le proteasi digestive (enzimi che digeriscono le proteine in parti più piccole) e ciò consentirà alle tossine batteriche di sopravvivere al transito intestinale e creare potenzialmente infiammazione. In questa dieta si incoraggia il consumo di tutte le verdure e la frutta, si preferisce pesce con alto contenuto di omega 3 e il consumo di carni bianche, ed è incoraggiato anche l’utilizzo nella cucina di grassi monoinsaturi come l’olio d’oliva per le sue proprietà anti-infiammatoria. Viene utilizzato anche l’olio di cocco, che è stato dimostrato avere proprietà antinfiammatorie e anticancerogene. E’ concesso il riso bianco perché ci si aspetta che rimanga ben poco nelle parti distali dell’intestino tenue o del colon.
La dieta resta in conclusione una modalità di trattamento controversa ma molto promettente ed ecco che i pazienti possono essere istruiti ad essere consapevoli della loro dieta. Resta comunque importante avere un approccio personalizzato sempre aperto a modifiche specifiche identificando “trigger” specifici per i loro sintomi e così responsabilizzando i pazienti ad un controllo dei loro sintomi.
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